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    Ne uccide più la lingua che la spada.

    Ne uccide più la lingua che la spada

    Ne uccide più la lingua che la spada. E’ in questo vecchio e senza confini adagio che troviamo la durezza di un Ghandi che, nel 1908, arriva a sostenere:«Dare a milioni di persone la conoscenza dell’inglese equivale a schiavizzarli». Ora che la campana suona a morte per il 90% delle lingue e culture del mondo anzitutto ad opera dell’anglofonia quella frase assume inaspettata attualità.
    La Guerra delle Lingue è oggi una realtà globale ben più concreta e terribile rispetto a quella guerra di religioni da molti temuta tra cultura cristiana e cultura islamica.
    Ben più concreta e terribile non solo perché il patrimonio in gioco è ben più pesante in termini numerici rispetto a quello religioso ma, soprattutto, perché a differenza di quelle di religione, la Guerra delle Lingue non ha per obiettivo il mutamento della tua morale e dei tuoi costumi bensì quello del tuo pensiero, dello strumento attraverso il quale tu pensi.
    Ricordate la bomba N ? E’ quella famosa bomba che non distrugge case, strade, oggetti ma solo esseri viventi, tutto il resto rimane intatto. Ecco! La Guerra delle Lingue, ti lascia intatto il corpo ma distrugge la tua “anima”, lo strumento attraverso il quale sei abituato fin da bambino a pensare e concepire il mondo.

    Questo significa essere resi schiavi come riteneva Gandhi a proposito dell’imposizione anglofona?
    Non sono in grado di affermarlo con assoluta certezza. Penso che dipenda molto dal fatto che una certa lingua si scelga piuttosto che venga imposta attraverso la pre potenza. Pre potenza che invece è sempre più sfacciata proprio sul fronte angloamericano: ad esempio, perché nell’Irak liberato ora si impongono nelle scuole testi biligue arabo/inglese?
    Ma se dall’Irak passiamo all’Europa comunitaria, dove gli effetti della monopolizzazione anglofona sono sempre più forti, una certa “mandata in vacanza” del proprio cervello la si può notare subito ai più alti livelli istituzionali.
    E’ il caso di una “Consultazione sull’apprendimento delle lingue e sulla diversità linguistica” da poco conclusa dalla Commissione. In essa si chiedeva agli eurocittadini cosa si potesse fare per rendere obbligatorio in tutti gli Stati dell’Unione lo studio della seconda lingua straniera.

    Il curioso era che nel documento illustrativo della problematica, a pagina 6, penultimo capoverso, ultime due righe, si leggeva: «Per quanto riguarda le differenze geografiche, solo il 13% dei danesi, svedesi e degli olandesi conosce una sola lingua, contro il 66% degli abitanti del Regno Unito».

    Stando così le cose una persona che non si sia bevuto il proprio cervello penserebbe:

    allora, visto, che c’è un solo stato membro in cui oltre la metà (66% appunto) degli abitanti non conosce nemmeno una lingua straniera, cosa può fare la Commissione perché gli anglosassoni si decidano ad impararne almeno una, pareggiando gli obblighi con i ragazzi dell’intera Unione?

    No!!! La Commissione, mentre i ragazzi del Regno Unito continuano a fottersene d’imparare una sola lingua che non sia la loro, vuole OBBLIGARE i ragazzi del resto d’Europa a studiarne DUE!

    I ragazzi del resto d’Europa hanno intenzione di protestare contro questa seconda tassa linguistica che gli viene imposta o hanno intenzione di continuare a subire la palese ingiustizia che li vede doppiamente penalizzati nei confronti dei loro coetanei del Regno Unito?

    Ad ogni modo sulla questione linguistica in Europa  si giocano principalmente due destini:
    1.       la salvezza, anzitutto nel senso della non dialettizzazione, delle nostre lingue nazionali;
    2.       lo sviluppo economico, sociale, politico dell’Unione.

    Cominciamo con l’instradare il ragionamento sul primo punto:
    che il patrimonio linguistico-culturale dell’umanità si sia già abbondantemente assottigliato e che sia destinato a farlo tragicamente ben oltre è nelle statistiche e stime di tutti gli esperti (studiosi ed enti preposti) del mondo. Manca un accordo sulla percentuale, si parla comunque della scomparsa di circa il  90% delle lingue del mondo entro questo secolo.

    Tutte le associazioni ambientaliste ci informano, allarmandoci regolarmente, che la pianta X o l’animale Y è in via d’estinzione ma del fatto che ogni settimana un paio di lingue scompaiono dalla faccia del pianeta difficilmente trova anime pronte e pie che se ne occupino. Gli stessi linguisti che vedono assottigliarsi settimanalmente la materia del loro studio appaiono inebetiti, quasi pietrificati di fronte a tale immane perdita. Ognuno comprende come ogni lingua del mondo che scompare porta via con sé non solo un modo e un modello di vita ma anche un patrimonio di conoscenze.

    Un pezzo della cultura, della storia e della diversità del mondo muoiono con essa.

    Altrettanto chiaro è ormai il fatto che il responsabile principale di questo genocidio linguistico-culturale è, e lo sarà in sempre maggior misura per un macabro effetto domino, la lingua inglese, nel senso di americano. Il fatto è di tale macroscopica evidenza e rilevanza che persino un prudentissimo UNESCO, nella sua risoluzione sul plurilinguismo nell’educazione adottata dalla 30a Conferenza Generale, ha messo in guardia contro il «pericolo che oggi minaccia la diversità linguistica a causa della mondializzazione della comunicazione e delle tendenze ad usare una lingua unica, con i rischi di emarginazione delle altre grandi lingue del mondo e addirittura di estinzione delle altre lingue di minore diffusione, a cominciare dalle lingue regionali».

    Ma al di là dell’ “inglese assassino” o linguicida come lo definisce The Independent del 20 marzo scorso, ritengo si possa fare una sintesi del ruolo che gioca questa lingua in un quadro di dominio globale attraverso il punto di vista del più prestigioso settimanale economico del mondo: l’Economist.

    Tale punto di vista è stato sviluppato in un lungo articolo del 20 dicembre 2001, dal titolo “Il trionfo dell’inglese. Un impero mondiale con altri mezzi” e possiamo riassumerlo sostanzialmente in 5 punti:

    I. L’inglese è difficile.

    L’Economist spiega come l’inglese sia divenuta la lingua globale «di sicuro non perché l’inglese sia facile», Not because English is easy. – dice l’Economist –True, genders are simple, since English relies on “it” as the pronoun for all inanimate nouns, reserving masculine for bona fide males and feminine for females (and countries and ships). But the verbs tend to be irregular, the grammar bizarre and the match between spelling and pronunciation a nightmare. English is now so widely spoken in so many places that umpteen versions have evolved, some so peculiar that even “native” speakers may have trouble understanding each other. But if only one version existed, that would present difficulties enough. Even everyday English is a language of subtlety, nuance and complexity. John Simmons, a language consultant for Interbrand, likes to cite the word “set”, an apparently simple word that takes on different meanings in a sporting, cooking, social or mathematical context—and that is before any little words are combined with it. Then, as a verb, it becomes “set aside”, “set up”, “set down”, “set in”, “set on”, “set about”, “set against” and so on, terms that “leave even native speakers bewildered about [its] core meaning.

    Questa difficoltà, peraltro, l’ha riconosciuta implicitamente anche il Governo anticipando, lo studio dell’inglese alle elementari, di ulteriori due anni.

    Malgrado ciò questa lingua si è comunque affermata mondialmente e di ciò «la vera ragione è il trionfo degli anglofoni Stati Uniti d’America come potenza mondiale».

    II. L’inglese lingua imperiale statunitense.
    L’Economist, afferma che “iI trionfo dell’inglese” nel mondo ha come effetto pratico quello della costruzione di un Impero mondiale degli Stati Uniti d’America.
    Sottolineo che ad affermare che, come dire, la madre di tutte le multinazionali americane è la lingua inglese non lo dice un rappresentante dei No-global.

    III. L’inglese distruttore di lingue e del “mercato” delle lingue.

    «Le lingue non sono solo dei mezzi di comunicazione, che consento a una nazione di dialogare con un’altra nazione. Sono anche dei depositi di culture e di identità. Ed in molti paesi l’avanzata onnivora dell’inglese minaccia di danneggiare o distruggere una buona parte della cultura locale. Di ciò ci si lamenta spesso persino nella stessa Inghilterra: per quanto la lingua che oggi fa piazza pulita nel mondo si chiami inglese la cultura che da essa viene trasportata è quella americana».

    Ma l’inglese The independent, rispetto a quella che potremmo definire “guerra delle lingue” ci va ancor più pesante: «non è un genere ancor più sinistro del colonialismo che noi praticavamo cento anni fa?

    Non troppo tempo fa noi prendevamo le loro materie prime. Ora noi invadiamo le loro menti, cambiando lo strumento primario col quale essi pensano: la “loro” lingua».

    IV. Monolinguismo degli anglofoni.

    «Gli anglofoni di lingua madre stanno diventando sempre meno competenti in altre lingue: solo nove studenti si sono laureati in lingua araba nelle Università degli Stati Uniti l’anno scorso, ed i britannici sono i più monoglotti trai popoli dell’Unione Europea. Per cui il trionfo dell’inglese non solo distrugge le lingue degli altri ma isola anche gli anglofoni di madre lingua dalla letteratura, dalla storia e dalle idee degli altri popoli. Si tratta, in poche parole, di una vittoria di Pirro.»

    Rammento a questo proposito un articolo di Passarini su La Stampa del 12 febbraio 2002 dal titolo “Inghilterra monoglotta d´Europa” dove si dava conto di un appello degli ambasciatori d’Italia, Germania, Spagna e Francia al governo britannico affinché s’impegnasse a migliorare l´insegnamento delle lingue nelle scuole statali del Regno Unito poiché le scuole europee continentali avevano (ed hanno) lunghe code di richieste per scambi didattici, ma non riescono a organizzarli per la mancanza di corsi di lingue straniere nelle scuole inglesi. Insomma come fare scambi culturali con i ragazzi inglesi se costoro non imparano nessun altra lingua?

    Passarini riportava anche le parole di Estelle Morris, segretario di Stato per l´educazione, il quale riconosceva candidamente che “la Gran Bretagna è la sola nazione europea che non insegna le lingue straniere nelle medie superiori”.

    Il fatto tragicomico è che mentre allora il nostro ambasciatore Amaduzzi pietiva agli inglesi: “Vi prego, imparate altre lingue, siate aperti all´utilità di questo. Avviene ovunque in Europa, ma non in Gran Bretagna”, oggi in Italia abbiamo anticipato l’insegnamento dell’inglese dalla prima elementare e introdotta la seconda lingua straniera obbligatoria. Fatto che da destra a sinistra sembra non scandalizzare nessuno.

    V. Inutilità delle misure di protezionismo linguistico
    L’Economist a questo proposito cita tutta una serie di iniziative legislative e non: francesi, spagnole, polacche, tedesche e persino quella promossa dai canadesi anglofoni contro «il violento assalto editoriale dagli Stati Uniti», giustificato dal fatto che le industrie culturali canadesi sarebbero a rischio.

    Episodio a ulteriore testimonianza di come attraverso il predominio linguistico passi quello economico e là dove il primo è acquisito arriva subito il secondo.

    Tutte, comunque, tali misure sono state incapaci di arrestare la penetrazione dell’anglo-americano in tutti i Paesi del mondo.

    Appare quindi del tutto evidente che pensare di salvare le nostre lingue attraverso l’immissione nel sistema scolastico della obbligatorietà di una seconda lingua straniera od aprendo le scuole anche alle lingue minori ed autoctone presenti all’interno di molti Stati europei, eccetera siano solo palliativi che avranno come solo risultato quello di allungare i tempi di agonia verso la morte o la dialettizzazione delle nostre lingue.

    Quello che bisogna adottare, come metodo di lotta alla morte precoce delle lingue, è il metodo della “lotta biologica”. Un metodo che con successo viene sempre di più adottato nel mondo dell’agricoltura contro i parassiti e non solo.
    Per comprendere quale soluzione “biologica” controbattere, dobbiamo pensare soprattutto all’importante ed essenziale ruolo che l’inglese oggi ricopre nel mondo: quello di lingua transnazionale. Questo ruolo l’inglese se l’è conquistato in chiave egemonica, come ricordava l’Economist, grazie al fatto di essere la lingua della più grande potenza del mondo ma la via egemonica al monopolio della comunicazione internazionale non può essere accettata dall’Europa democratica, avendo coscienza, peraltro, che tale monopolizzazione, con l’ausilio dei mass-media, condanna alla morte precoce le proprie lingue o alla non comunicazione i cittadini europei.
    Oggi l’Europa dell’allargamento, con sullo sfondo quasi 20 lingue ufficiali, deve assolutamente trovare ed affermare la via democratica alla comunicazione internazionale. Anzitutto separando i concetti che sovrintendono alla comunicazione transnazionale dalle esigenze culturali dell’apprendimento di una lingua straniera secondo non la necessità, bensì il piacere e la voglia di apprenderla.
    a) dietro il concetto di lingua internazionale deve esserci l’idea di una lingua che serve a tutelare tutti nella comunicazione transnazionale senza discriminazione alcuna. Per tutti intendo davvero tutti: una lingua semplice che possa essere appresa pienamente nell’arco della scuola dell’obbligo ma, anche, da chi la scuola dell’obbligo l’ha finita da un pezzo, una sorta di lingua pubblica (così come c’è una scuola o una sanità pubblica, nel senso di tutti), di lingua di comunicazione sociale che, appunto, in quanto pubblica e sociale non appartiene ad alcun sistema linguistico “privato” (nel senso di etnico, nel senso quindi di francese, inglese, giapponese…) né privilegia un ceto più ricco piuttosto che un popolo più potente.
    b) il concetto di lingua straniera deve tornare  ad essere quello sano ed umanistico di studio per la conoscenza di culture e popoli: non – com’è oggi – devo studiare l’inglese per trovare lavoro ma, ad esempio, voglio studiare l’arabo perché mi incuriosisce questa cultura così diversa dalla mia. Liberando finalmente il mercato delle lingue da ogni pastoia monopolista e monopolizzatrice soffocatrice e assassina delle diversità.
    Con queste linee concettuali e operative tratteggiate la soluzione alla comunicazione internazionale/salvezza delle lingue ha un solo nome quello di, per l’appunto, Lingua Internazionale, Internacia Lingvo o, come è stata soprannominata, Esperanto: io preferisco il suo nome originario e non quello dello pseudonimo del suo creatore (dott. Esperanto) con la quale è stata successivamente etichettata poiché esso ne trasmette pienamente il ruolo politico e democratico.
    Ma dettagliamo ulteriormente. Perché la Lingua Internazionale può dispiegare tutto il suo potere salvifico in questa che ho chiamato lotta biologica alla distruzione precoce delle lingue?
    – Anzitutto per la sua semplicità e quindi facilità di apprendimento. Il rapporto con l’inglese è di 1 a 20, ossia, se gli esperti indicano in 10.000 ore il tempo medio d’apprendimento dell’inglese per l’Internazionale ce ne vogliono 500 per saperlo da super esperti. Questo ne consente un pieno apprendimento nella scuola dell’obbligo lasciando tutto il posto per uno studio libero e liberato delle lingue straniere.
    – Secondariamente il fatto di non essere lingua materna di alcuna etnia, in tal senso frutto di artificio o di fatto ad arte. E’ proprio questo fattore che consente la messa al sicuro di tutte le lingue – nazionali e minori – da qualsiasi colonialismo linguistico-culturale e/o glottofagia. Come dire non si è nel mondo in un incontro/scontro tra popoli più potenti o più poveri bensì ci si ritrova tutti in una sorta di “organizzazione mondiale della democrazia linguistica”.

    Se passiamo ora dal contesto mondiale a quello del nostro continente e alla necessità dell’Unione di consolidare e sviluppare l’integrazione dell’Europa, lo scenario acquista contorni davvero preoccupanti.
    Con la direzione del Premio Nobel per l’Economia R. Selten nel libro di vari autori “I costi della non comunicazione linguistica europea”, ho prospettato quali siano già ora, prima dell’allargamento, i costi che i cittadini pagano per la loro non comunicazione linguistica. Lo denunciavamo per un’Unione con undici lingue, potete immaginare cosa può esserlo per un’Europa che viaggia verso la venti lingue per arrivare a contare quasi il doppio degli abitanti degli Stati Uniti. Rimando per ciò direttamente a quel saggio che ciascuno può acquistare comodamente da casa collegandosi al sito linguainternazionale.it, quello che va ora considerato per l’Unione è che senza una lingua comune ufficiale dell’Unione la mobilità, l’economia, il lavoro di centinaia di milioni di eurocittadini è bloccato. Il sistema Europa può solo girare al minimo.

    Dopo l’introduzione dell’Euro se si vuole costruire un’Europa che non sia un perenne nano politico va data massima priorità all’introduzione della Lingua Internazionale, una lingua pubblica europea, comune per tutti (non inglesi a parte!) e che da tutti possa essere sentita come propria preservando, nel contempo, le lingue materne di ciascuno. Il grave errore politico del Movimento federalista europeo e dei federalisti europei in genere è stato proprio questo: non aver compreso che senza una “lingua federale” la federazione europea non avrebbe potuto (e non può) nascere per il semplice motivo che centinaia di milioni di persone pur potendo aderirvi idealmente di fatto ne sono tenuti fuori.

    Anche su questo, perdonatemi, non possiamo non prendere atto del fallimento politico di coloro che in chiave linguistica europea avevano puntato sull’ anglofonia. è dal dopoguerra che l’inglese è divenuta la principale lingua di studio degli italiani (e non solo) certamente lo è dagli anni ’50. Ebbene qual’è la percentuale degli italiani in grado di comunicare correntemente in inglese? Vogliamo azzardare un eccesso? Al massimo un 10% della popolazione! Questo malgrado la stagione d’oro dell’underground, del rock, dei ricatti del “devi studiare l’inglese se vuoi trovare lavoro più facilmente”, i film di Hollywood e così via.

    Avendo illustrato, seppure in grandi linee, i contorni della necessità della Lingua Internazionale mi pare importante ora porsi il problema di come attuare tale necessità. Cominciamo col dire che non si tratta d’imporre la Lingua Internazionale, bensì di cominciare a porla, riconoscendo in ciò un interesse pubblico nazionale, europeo, globale, un interesse che riguarda tutto il mondo non anglofono. Di fronte a denunce come questa dell’Independent  «Now we invade their minds, by changing the primary tool by which they think: “their” language» non vedo possibile alcuna ragionevole opposizione: il re è chiaramente più che nudo, è scarnificato.
    Cominciamo, allora, da ciò che già a livello nazionale in Europa dovremmo fare:

    1. Subito informazione, anzitutto nella tv pubblica, poi nella convegnistica di settore e non (tra tante associazioni ed istituti che si sciacquano la bocca giornalmente con la parola “pace” quante mai hanno affrontato il tema di quanto per la pace nel mondo sarebbe importante una lingua comune che non privilegi popoli o ceti agiati? Quanto, per i popoli in via si sviluppo, lo sarebbe per una velocissima alfabetizzazione internazionale?), e nei parlamenti (interrogazioni parlamentari e audizioni nelle competenti commissioni parlamentari) proprio partendo da quanto denunciato dalla stampa anglofona.
    2. Presentazione di Leggi che non creino un binario privilegiato per la Lingua Internazionale ma che si limitino ad equipararla a una delle lingue straniere oggi inserite nel sistema scolastico mettendo semplicemente in concorrenza la lingua pubblica internazionale con quelle private nazionali (egemoni o no).
    Come ho già spiegato non si tratta di imporla ma di porla, dando la possibilità a chi lo voglia di sceglierla. Questo significa anche che, per quanto concerne tutti i concorsi, là ove ci sia la clausola “conoscenza di almeno una o più lingue straniere” la lingua di comunicazione sociale transnazionale sia ammessa tra esse. Si sappia, ad esempio, che all’Università di Budapest dove è normale laurearsi in Esperanto essa è la terza lingua studiata, dopo inglese e tedesco, la quarta, pensate un po’, è il francese.

    2.1. Va sfruttata, a proposito di leggi d’introduzione dello studio della Lingua Internazionale nelle scuole, quanto dimostrato anni fa dall’Istituto di Pedagogia cibernetica dell’Università di Berlino e Paderborn: due anni di Lingua Internazionale propedeutici all’insegnamento delle lingue straniere etniche facilitano moltissimo l’apprendimento di queste ultime. Quell’istituto provò, a proposito d’inglese, che classi di bambini che studiavano due anni d’Esperanto propedeutici ai successivi due anni d’inglese, si dimostravano sempre ampiamente più preparate di quelle che per tutti i 4 anni avevano fatto solo inglese.

    3. A livello comunitario bisogna porre all’attenzione dei Paesi membri la questione olocausto linguistico/eurolingua super partes nella costruzione e consolidamento dell’Europa in vista dell’allargamento e dopo l’Euro. Tre i principali campi d’intervento ipotizzabili:

    a) quello dell’Istruzione, ricordando quanto sostenuto sull’Esperanto dalla Circolare 126 del 1995 del Ministero dell’Istruzione italiano – il documento di 44 pagine è scaricabile in originale tra le Risorse di www.linguainternazionale.it -,  si potrebbe pensare ad una progressiva sperimentazione e messa a regime della Lingua Internazionale in tutti gli stati membri e nelle istituzioni comunitarie – in quest’ultimo caso la sperimentazione potrebbe partire dall’utilizzo dell’Esperanto quale superlativa lingua “relè” tra gli interpreti e traduttori -;

    b) quello dell’economia: la chiave è quella del rilancio del sistema Europa con l’utilizzo della mobilità del lavoro di tutti i centinaia di milioni di cittadini europei come delle micro e piccole imprese europee – qui va anche ripensato il sistema dei brevetti europei, anche alla luce del fatto che l’americano US Patent Office li concede anche su ciò che è vivente – ;

    c) quello della Difesa: qui relativamente all’avvio della creazione entro il 2003 di una forza di intervento rapido europea. Faccio presente che l’Esperanto era utilizzato dall’esercito degli Stati Uniti all’inizio degli anni ’60 per le sue esercitazioni. I militari statunitensi che dovevano fare la parte del nemico dovevano apprenderselo ed utilizzarlo durante l’esercitazione. La cosa non durò molto perché gli esperantisti americani protestarono duramente: il titolo dato al manuale militare era “Esperanto, the aggressor language”. Decisamente troppo per una lingua nata per aiutare il mondo nella costruzione della pace internazionale. è anche vero però che questo episodio dimostra come, eventualmente, la questione non sia quella di pensare in americano bensì di pensare americano.

    4. C’è infine, ma non ultima per i riscontri politici che potrebbero scaturirne, un’azione da compiere verso gli stessi stati anglofoni, Stati Uniti e Regno Unito in testa.
    Ipotizzandone la buona fede si potrebbe fare loro il seguente discorso:  cari amici, visto che proprio i vostri giornali denunciano – anche con una certa crudezza – il grave rischio d’estinzione che stanno correndo le lingue del mondo per opera anzitutto della vostra lingua, perché in nome della democrazia internazionale, delle pari opportunità tra persone e popoli, della salvezza del patrimonio linguistico-culturale del pianeta, ecc. ecc. ecc.,  non sostenete sui vostri media e in tutte le sedi internazionali,  con la forza di persuasione di cui siete capaci, una lingua che, come la Lingua Internazionale, eviti il peggio e costruisca il meglio della globalizzazione?

     

    Giorgio Pagano
    24 luglio 2003

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