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    Principiando la città di Anfione

    Principiando la città di Anfione

    Bruno Corà e Giorgio Pagano ne discutono. Roma 1987

    Bruno Corà – Questo nuovo ciclo di lavori, al di là delle tecniche che hai usato, evidenzia come programma iconografico generale il tema della “fondazione” e della “costruzione”, e rimanda a tutti quanti i segnali e i mezzi del costruire; in esso è sintomatico il dipinto con la livella a bolla che fa da basamento al piccolo lavoro evocante un muro…

    Giorgio Pagano – Hai notato la marca della livella?

    Bruno Corà – …la marca della livella è “Ideal”; la livella è dipinta in verde e celeste e sostiene questa tela ove è raffigurato un tessuto murario ottenuto con differenti stesure di colore; in talune parti il colore è vergine, in altre invece, è accompagnato dalla grafite data sul colore con diverse modalità: a tratteggio, nel gesto dello scarabocchio, a “frottage”; ma il colore stesso si articola, anche i rossi sono diversi, vi si riconosce il magenta, il cinabro, nelle qualità brillanti o opache.

    Giorgio Pagano – Si persegue comunque una idea di melodia.

    Bruno Corà – Sì! In ogni caso, questo, come gli altri lavori che qui vedo, compresa la scultura, che è poi elemento basilare di una fondazione, rimandano al senso del costruire.
    Perché evochi la costruzione della città da parte di Anfione?

    Giorgio Pagano – Forse è il caso di rammentare la storia di Anfione.
    Anfione era spesso rimproverato dal fratello gemello Zeto per la sua passione per la lira. Tuttavia quando essi misero mano all’edificazione della parte bassa di Tebe, le pietre si ammucchiarono docilmente al suono della lira di Anfione, mentre Zeto era costretto ad usare i propri muscoli lavorando più lentamente del fratello.
    Ecco. Tutto questo lavoro, pur nella sua essenzialità, è un canto dell’edificazione armonica e musicale della città, del suo costituirsi unitariamente nella varietà. A sua volta poi, una tale melodia, rimanda ad una ben più grande fondazione e costruzione euritmica qual è quella della cultura dell’Unione europea. (Wittgenstein docet: «L’architettura eterna ed esalta qualcosa. Per questo, là dove non v’è nulla da esaltare non può esservi architettura»).

    Bruno Corà – Da quello che intuisco mi sembra di comprendere che la costruzione della cultura europea non riguarda semplicemente un fenomeno federalistico, come po­trebbe essere stato l’unificazione degli U.S.A. o dell’U.R.S.S., ma al contrario tu configuri un’Europa che deve avere un’unica nuova identità, un destino, un programma di intenti, di obiettivi che è suo specifico, e che è molto diverso da tutti gli altri in quanto per la prima volta da eterogeneo diverrebbe univoco. Qual è la caratteristica di questa unificazione?

    Giorgio Pagano – A questo punto io citerei due frasi, la prima di Hofmannsthal: «Non l’Europa è postulata, ma col nome di Europa l’umanità (col nome di umanità l’onnipresenza divina: Dio stesso)». La seconda di Montale: «E l’Europa, contesa fra i due mondi in lotta, non tenta neppure di elaborare un suo mito, una sua idea di sé stessa che abbia ancora un valore universale».
    Dietro queste frasi ci sono le matrici costruttive della mia idea di unificazione europea e della rivoluzione culturale pacifica che ad essa necessita. L’averle unite insieme, il loro matrimonio, potrebbe anche rimandare, come un gioco di figure, all’unione tra il calcestruzzo e l’acciaio che rende possibile la costruzione o, anche, alla E verde con la U celeste che emblematizza quasi tutti i lavori in mostra.
    La E verde, che ho iniziato ad usare sin dal 1980-81, è una ripresa della E verde in campo bianco che ha sempre caratterizzato tutto il Movimento europeo, stilizzata però in modo da far emergere quella U che, perpendicolarmente essa contiene, e rimandante a quella caratteristica di universalità e di unione che m’interessa. Successivamente volli rendere ancor più marcata questa caratteristica spirituale colorando in celeste la U. Unendo in matrimonio terra e cielo.

    Bruno Corà – Questa idea di unificazione tu la auspichi e intendi favorirla anche attraverso uno strumento di capitale importanza quale è la lingua. Allora il primo quesito che nasce è: la lingua che da sempre è stata il risultato singolare dell’espressione complessa della cultura di una popolazione come può essere sostituita da un idioma elaborato e creato diversamente dal tradizionale processo, l’Esperanto si presenta come lingua neutra, e come tale lontana dalla tradizione delle altre lingue. Una lingua neutra quasi presuppone una gente neutra ma, non esiste in Europa una popolazione neutra. E’ una provocazione?

    Giorgio Pagano – Sì, io porto nell’arte la lingua ma, permettimi di correggerti mediando quel “neutra” con lingua del cuore, del centro e, con più esattezza, parlando di incarnazione linguistica dell’uguaglianza, del diritto e della democrazia.
    La creazione e la vita particolare dell’Esperanto sono nel pieno della continuità della tradizione culturale europea e questo si può dimostrare ricordando semplicemente che la “Coca Cola” degli europei è la “Gioconda”.
    Quello della lingua universale poi è un problema che si sono posti per primi proprio gli europei e quella dell’europeo Zamenhof è l’unica a non esserne uscita con le ossa rotte e a poter celebrare quest’anno il suo secolo di vita. Essa, con tutta la sua portata di ideali e valori che condividiamo, ci permette di passare attraverso un’esperienza culturale complessissima quale è quella del passaggio dalle culture nazionali, espressioni della vecchia Europa e ormai solo pietre d’inciampo alla comunicazione ed all’unione, ad una cultura sovranazionale espressione di una nuova volontà e realtà europea.
    Da questo matrimonio, tra terra e cielo, nasce l’europeo in quanto tale. Nasce la possibilità e realtà di un lo collettivo europeo, di una identità europea.
    Con l’Europa-Esperanto si attua una concezione mistica del Logos, uno spirito della razionalistica mathesis universalis, uno spirito della critica nominalistico-empiristica della convenzionale lingua di parole.
    E, tornando alla tua domanda, è evidente che questo mio discorso della cultura dell’unione costituisce l’evolversi naturale di un processo storico ed economico. Se tu ben vedi, questa costruzione europea, alla quale lavoriamo da 37 anni, non va avanti proprio per l’assenza di una cultura dell’Unione. Ciascuno, non avendo avuto un’avanguardia dalla vista lunga, non ha potuto far altro che il gioco della propria cultura, o il gioco dell’unità nella diversità che è identica cosa. Con il risultato che la cultura angloamericana, l’inglese e il dollaro hanno unito gli europei (colonizzandoli) più di quanto essi siano riusciti ad unirsi tra loro. Riguardo all’economia, anche le nostre imprese e società se vogliono crescere competitivamente a livello mondiale devono europeizzarsi e, non dimentichiamo, che siamo noi, con 100 milioni di abitanti in più, il maggiore mercato dell’Occidente, non gli Stati Uniti, e questo si comincerà a vedere nel 1992 con l’apertura tra i mercati europei.

    Bruno Corà – Sembra che tu parli di questa unificazione europea e quindi anche della creazione di una nuova cultura e spiritualità europea, affinché si possano interrompere tutte le forme di colonizzazione di carattere internazionalista che, di volta in volta, sono state appannaggio prima della cultura francese, poi di quella angloamericana e quindi di quella russa per quanto riguarda i paesi dell’Europa centro-orientale. Che posto dai all’arte in tutto ciò? Sembra che per te l’arte abbia una funzione civile, d’intervento; arte come battistrada, attività che apre una visione e una concezione nuova dell’assetto sociale.

    Giorgio Pagano – Diciamo subito che questa nuova spiritualità europea di cui parlo, non è affatto frutto di una specie di rivalsa nei confronti degli opposti imperialismi che opprimono oggi l’Europa. Essa nasce da tutto un cammino filosofico e religioso iniziato verso la metà degli anni 70 con lo studio delle religioni e delle filosofie dell’India e dell’Estremo oriente, proseguito poi con un anno di studio dell’Islam (conclusosi con la presentazione, proprio all’Accademia di cultura islamica di Roma, di un lavoro su Nietzsche e Maometto) , fino ad arrivare nuovamente in Europa, ai suoi duemila anni di civiltà, alla storia dell’idea di Europa e ad un ricosti­tuirsi del civismo europeo nella teorizzazione spirituale dell’unione.
    Nel 1977, agli Incontri internazionali d’arte, qui a Roma, ho presentato un lavoro, che aveva come titolo una epigrafe dell’antico Egitto: “l’arte non ha limiti e nessun artista ne possiede la perfezione”. Ecco, il mio concetto dell’arte è ancora questo. È anche vero, però, che l’arte incarna la verità del tempo, e oggi la verità del nostro tempo è legata ad una rivoluzione culturale pacifica nell’edificazione dell’Unione europea.

    Bruno Corà – Non molto tempo fa, a proposito della problematicità filosofica, storica e politica del destino dell’Europa contemporanea, si sono incontrati per una discussione Beuys, Kounellis, Kiefer e Cucchi. Vorrei che tu definissi, dal tuo punto di vista e a partire dai loro colloqui quali sono stati i pregi e i limiti di questo incontro, e soprattutto, nell’equivalenza dell’argomento, le differenze fondamentali che esistono col tuo lavoro.

    Giorgio Pagano – A me è sembrata una discussione culturalmente sorpassata. Ricordo una frase di Kounellis che si concludeva con: «L’obiettivo è l’Europa, non come Comunità Europea, ma come coscienza europea, uscita dal dopoguerra». Questo lo dicevano Spinelli, Rossi e Colorni già nel 1941, prima che finisse addirittura la guerra, e ben prima che esistesse la Comunità Europea. Kounellis sembra non sapere nulla della lotta che il Parlamento europeo, fin dalla sua costituzione, ha condotto in tal senso, fino ad approvare nel febbraio del 1984, il Progetto di Trattato che istituisce l’Unione europea.
    Poi, non so, Beuys che ha visto nei netturbini di Madrid i rappresentanti di una società futura… Io non so se i netturbini di Madrid siano diversi da quelli di Roma però, io ho un amico netturbino che si chiama Maurizio e, qualche volta sono andato a trovarlo al lavoro, conoscendo altri netturbini. Mi sono sembrati degli uomini normalissimi i quali anziché di commercio, di amministrazione o altro s’intendono di sporcizia da togliere. E non certo metaforicamente.
    Beuys, pur in tutta la sua grandezza, era l’ennesimo carismatico romantico. Ancora uno che voleva cambiare l’uomo. E che invece non è riuscito a rendere più umani nemmeno i galleristi coi quali per tanti anni ha lavorato.
    Io non credo che oggi sia l’uomo europeo a dover essere cambiato. I duemila anni di Cristianesimo, comprendendo in esso anche le sue diramazioni e le sue eresie (quindi anche il socialismo) hanno ben educato l’europeo. Il dramma dell’europeo di oggi è semmai quello di non poter praticare questo suo civismo perché non riesce a riattualizzarlo collettivamente.
    Parafrasando, non era e non è un problema di scultura bensì, di architettura!
    In verità tutta quella discussione mi è sembrato che riuscisse a circoscrivere i problemi giusti ma, non a dargli delle soluzioni. Pertanto l’impressione finale è stata che lì avesse parlato una grande ma, vecchia Europa.

    Bruno Corà – C’era in quella discussione anche un riferimento, espresso da Kounellis sulle radici della storia e del dramma della condizione attuale della cultura europea, Beuys invece, sembrava andare ancora più in là, nell’individuazione dei punti da cui ripartire, con la necessità di ricostruire il disegno sull’Europa quasi fin dalle origini, fin dal paleolitico.
    E di questo ultimo concetto che individua una necessità di scavo retroattivo per la coscienza di una costruzione dell’Unità europea tu hai già spesso scritto e ti sei già espresso.

    Giorgio Pagano – Si ho già scritto del bisogno di rivedere la storia delle origini degli europei alla luce delle recenti scoperte di Childe, Renfrew, Coles anzi, nel senso che oggi m’interessa, è possibile emblematizzare in un animale proprio della preistoria un certo carattere che gli europei devono riscoprirsi. Sto parlando del bison­te europeo e della sua libertà.
    Il bisonte europeo, unico superstite dell’Europa preistorica, vive nell’ultima zona esistente della primordiale foresta europea a Bialowieza, in Polonia, ed è un animale che contrariamente a tigri, leoni o elefanti mai nessuno è riuscito a domare.
    Per quanto concerne Kounellis posso farti un esempio partendo proprio da quella cultura illuminista che tanto ha interessato il suo lavoro.
    Se si hanno i “lumi”, evidentemente tutto il discorso storico andrà rivisto attraverso di essi; c’è la nascita dell’enciclopedia, la razionalizzazione metrica (tra l’altro anche questa mia mostra è una questione di misura) e così via. Ora, la questione che mi sembra di notare in Kounellis, è una questione storica che però, come dire, non fa luce davanti. Difatti Kounellis rimane all’interno di una ricerca linguistica dell’arte, interna all’arte, formalistica, naturale risultato di una assenza di visione storica in prospettiva.
    Ed è, invece, grazie alla sua presenza che oggi è possibile usare le immagini, il linguaggio e ritrovarne la potenza.
    Se vogliamo, la differenza è che mentre Kounellis lavora, all’interno di una idea dell’autonomia dell’arte, sul segno, sul segno dell’arte, sulla materia, sullo scavo di nuove lettere di un possibile alfabeto, in me c’è la consapevolezza che ormai, dopo quasi un secolo di avanguardismi, le nuove lettere ci sono tutte, l’alfabeto c’è, la lingua pure, ed anche oltremodo collaudata, bisogna iniziarne la poesia illustre, l’epopea.
    E questa credo sia un’altra storia anzi, allorché iniziai a dipingere queste “incarnazioni” (prima usavo una tecnica estremamente spirituale, nata proprio durante le meditazioni su un testo di Radhakrishnan sulla filosofia indiana) le dipinsi sul retro delle tele preparate, proprio a segno che era l’inizio di un’altra storia.

    Bruno Corà – Rispetto al momento attuale, in larga parte fortemente contrassegnato dalla volontà di non introdurre alcuna ideologia nell’arte, il tuo lavoro si contrappone, e l’ideologia invece si conferma nella tua opera come un dato strutturale, proprio come lo era stata negli anni ‘65-’75 per gli artisti che hanno marcato esperienze quali il Concettualismo, l’Arte Povera e più ampiamente le neoavanguardie delle quali tu hai criticato molti aspetti.

    Giorgio Pagano – Difatti io credo di essere in perfetta continuità nel mio lavoro con il Concettualismo ma, dobbiamo ammetterlo, esso aveva sbagliato completamente bersaglio e mira.
    Con la proposizione ideologica e culturale dell’antagonismo capitalismo/comunismo, il Concettualismo non ha fatto altro che rispecchiare internamente proprio il conflitto assoggettante U.S.A./U.R.S.S., dividendo ulteriormente quegli europei che, erano stati già divisi come bottino di guerra nel 1945. Quindi, sostanzial­mente, il Concettualismo ha fatto il gioco dei nemici, facendoci perdere del tempo prezioso.
    Oggi io penso di essere riuscito ad aggiustare il tiro e a individuare il bersaglio vero. Se non si prende in considerazione il mio pensiero sull’Unione, e l’élite europea impegnata psicologicamente in quest’ormai interminabile rapporto sadomasochistico con gli Stati Uniti non guarisce, va tutto bene (non so quanto, per quante persone e per quanto tempo ancora) . Se invece qualcuno comincerà ad alzare la testa e a risvegliarsi si accorgerà di quanto le cose cambino in una prospettiva europea e non più nazionale, e cosa può significare strutturalmente, insisto strutturalmente, la rivoluzione culturale pacifica di cui parlo, con i suoi incredibili effetti di ricaduta sia economica che sociale.

    Bruno Corà – Sta di fatto però che l’arte di quegli anni è stata innegabilmente soprattutto arte europea. Da Beuys a Klein da Manzoni a Castellani a Paolini e Pistoletto fino a Lo Savio e poi a tutta l’Arte povera, ma anche all’Art & Language inglese, o frange come quella di Buren e altre, si è trattato certamente di arte europea che sembrava contrapporre la propria concezione, la propria visione all’arte americana, o all’arte di altre identità culturali, pur mantenendo un dialogo con quelle realtà.
    Mentre, quello che è accaduto dopo, – salvo poche eccezioni -, tutti i movimenti neo trans e post pittorici, sembrano indifferenti al discorso dell’Unità della cultura europea e sono stati reificati molto di più nel mercato degli Stati Uniti che non in Europa.

    Giorgio Pagano – Questo era più che naturale poiché essi non hanno nemmeno tentato di saltare l’ostacolo sul quale era caduto il Concettualismo, sono semplicemente tornati indietro. In un primo momento io avevo pensato che ciò sarebbe stato utile a prendere una maggiore rincorsa per superare quell’ostacolo ma, appena qualcuno cominciò emblematicamente a teorizzare il pittore regionale capii che, anziché superare quel fittizio internazionalismo, si andava nel provincialismo e avremmo perso almeno altri dieci anni.
    Ora, è evidente che producendo delle immagini che non parlano di soluzioni, che non risolvono la storia e l’arte agli europei, questi ultimi abbiano preferito continuare ad intrattenere rapporti con gli artisti del Concettualismo che, almeno, avevano tentato di farlo. E, dall’altra parte, è naturale che gli americani abbiano subito accettato ed incoraggiato un’arte che si proponeva all’avanguardia solo con bei quadri da vendere, che non metteva minimamente in discussione la loro leadership e che, anzi, proprio da loro cercava una ratificazione.

    Del resto non è un caso che l’artista, come dire, istituzionale europeo sia stato un personaggio estremamente problematico come Beuys e, quello americano, un artista come Warhol, che si limitava a ridare in “bella copia” le immagini dell’America.
    Cosa se ne fa l’America di un artista problematico, intellettualizzato, essa è la prima potenza mondiale e il suo borioso nazionalismo ha bisogno solo di artisti che la celebrino, o perlomeno, che non la compromettano.

    Bruno Corà – Perché le pareti della galleria in grigio?

    Giorgio Pagano Volevo ottenere una concentrazione unicamente sui e nei lavori esposti e nessunissima distrazione d’interazione ambientale ed estetizzante.

    Bruno Corà Questo ciclo di lavori sulla costruzione della città di Anfione evocano nell’aspetto delle immagini un collegamento con il meccanomorfismo di Picabia, in realtà le tue matrici culturali, di dialogo, appaiono più relative al patrimonio e all’esperienza del futurismo italiano.

    Giorgio Pagano C’è un mio quadro che rappresenta i miei genitori il giorno delle nozze, il titolo di tale quadro “A mio padre Futurismo e a mia madre Metafisica”, come anche la resa formale dei soggetti, rispondono perfettamente alla tua domanda. lo accetto la loro paternità e maternità ma, sono una persona nuova in una situazione nuova.
    Lo trovo un omologo rispetto ad una situazione culturale che noi stiamo vivendo in Dante e, per certi versi, in Giotto (una perdita di forza e verità culturale della lingua coincide con un’analoga perdita anche delle immagini, ritrovare la Lingua è ritrovare le Immagini).Pensa al concetto di avanguardia elaborato principalmente nel nostro secolo e guarda l’Alighieri che non ne sapeva assolutamente nulla. Egli fonda quell’umanesimo linguistico che farà da guida al sorgere delle nuove nazioni, fonda praticamente l’Italia, circoscrivendone i confini geografici e definendone ad arte anche la lingua, ben sei secoli prima dell’esistenza politica dell’Italia. Esattamente l’opposto della situazione europea di oggi.Pensando a tutto questo ci si accorge quanto irraggiungibili avanguardisti siano stati i nostri antenati e quanta miopia oggi ci circondi.

    Bruno Corà Con l’uso che fai della tela, della fotografia, dei colori brillanti e opachi, della materia terrosa in te si evidenzia la volontà a non rinunciare ad una ricerca linguistica, formale e anche di invenzione. E’ altrettanto evidente però che tutto questo per te rientra nella scelta di mezzi nell’arte, anziché come fine, mentre il fine è l’Unione, nel suo duplice senso, politico e spirituale.

    Giorgio Pagano Sì, è verosimile, e a proposito di arte come téchne mi viene in mente la tensotela, un’invenzione che ho traslato dall’architettura, e che mi ha dato buoni risultati. Sai bene che difficoltà ci siano a lavorare con tele di grandi e grandissime dimensioni, sia per lo spazio che per la pesantezza dei telai, così decisi di adottare lo stesso principio delle tensostrutture in architettura, tenendo le tele in tensione anziché con i pesantissimi telai, con dei leggerissimi cavi di acciaio.

    Bruno Corà Quando l’hai adoperata questa tensotela?

    Giorgio Pagano Ho iniziato a collaudare la cosa in piccolo usando anche gli angoli della stanza nel ‘79 e nel 1981 con l’uso di piccole carrucole ero riuscito ad ottenere gli angoli di 90°, cosa un po’ difficile con l’uso dei cavi di acciaio. Quest’ultimo lavoro, “Della giustizia” era il titolo, lo presentai a Roma nel Palazzo della quadriennale, nel marzo del 1983.

    Bruno Corà E’ del 1980-81 anche l’uso che hai fatto dei telai a base di profilati metallici per scaffalature, che pure ho visto usare ad esempio a Luciano Fabro, quando ha realizzato la serie dei “Gioielli” (1981) o le opere successive di cui talune esposte nell’ “Habitat” di Aachen (1983)?

    Giorgio Pagano – Sì, siamo lì e furono esposti al pubblico milanese dal 6 maggio 1981.

    Bruno Corà – In quest’opera “Conio Elio e Selenio” dove l’impiego dell’elemento fotografico può essere stato mutuato dall’esperienza concettuale ma potremmo andare anche più indietro fino al Cubismo, ad alcuni collages di Picasso, il colore invece è esente da implicazioni di carattere simbolico?
    L’argento, rimanda alla luna? Il giallo al sole?

    Giorgio Pagano – Qui c’è un classico esempio di ritorno di determinate matrici culturali europee, segnatamente dell’alchimia, attraverso una visione sostanzialmente contem­poranea. L’ellisse che sancisce l’unione di re e regina, di oro e argento, di sole e falce.

    Bruno Corà – Tornando ai problemi di sovranazionalità non pensi che all’interno di un assetto sociale, politico e culturale come potrebbe essere quello dell’America, vi siano delle identità che si differenziano dal programma culturale egemone capaci di stabilire con la loro cultura, alla quale pur appartengono, una dialettica, una tensione, un distacco e una volontà di segnare criticamente le posizioni? Ad esempio un artista come Dan Graham lavora pensando al piccolo “padiglione” set­tecentesco europeo o disegnando un’architettura i cui rapporti con la cultura europea moderna sono evidenti. Si tratta di un artista che potrebbe allinearsi con le forme linguistiche del suo paese e invece accogliendo modelli europei esercita automaticamente una critica verso l’attuale indirizzo dell’arte americana.

    Giorgio Pagano – (Mi hai ricordato involontariamente che alcuni di questi lavori sono costruiti sulla base della sezione aurea).
    Recentemente c’è stata a Roma una mostra sulla resistenza tedesca nel periodo hitleriano e, sappiamo bene che anche in Italia c’era una resistenza contro il fascismo ma, ciò non toglie che il nazismo e il fascismo siano esistiti ed abbiano prodotto i guasti che ben conosciamo.Ad ogni modo, è evidente che con gli artisti come Dan Graham c’è un rapporto nella chiave che io ho legato prima alla citazione hofmansthaliana, cioè di sovranazionalità.

    Bruno Corà – Ti risulta che ci siano esperienze di altri artisti europei in questo momento, (io non ne conosco!) interessati a porre nel lavoro artistico il problema del­l’unificazione, al punto da poter creare una tendenza della quale poi si potrebbe appropriare un nuovo regime totalitario?

    Giorgio Pagano – Nessuno può escludere in assoluto l’eventualità di un regime totalitario, l’esercizio della democrazia, la sua intelligenza ed accortezza, e la vigilanza su di essa deve essere continua. Weimar insegna.
    Certo gli intellettuali che si vendono non sono mai mancati, abbiamo avuto inaspettate sorprese con la recente scoperta di quei documenti del MinCulPop e d’altronde, quanti sono oggi gli intellettuali che direttamente o indirettamente prendono soldi dagli americani? Persino la nostra televisione non fa che propinarci ogni sera, come un minuzioso lavaggio del cervello, la storia di attori e registi americani, medici americani, giudici americani, investigatori americani, scrittori americani, poliziotti americani e di tutti i comuni e non comuni mortali americani i quali abitano addirittura al di là di un Oceano.
    Cosa sappiamo invece degli europei che abitano dietro casa nostra? Davvero ben poco.E tutto questo deve farci meditare.

    Bruno Corà – Vuoi indicare in sintesi, a fianco a quello che i lavori già esprimono, quali sono i punti qualificanti la tua proposizione?

    Giorgio Pagano – Per avere un’idea della buona democrazia che si sta costruendo per l’Europa ti citerò l’articolo 9 di quel Progetto di Trattato di cui parlavo prima e che elenca gli scopi dell’Unione europea:
    “L’Unione ha i seguenti scopi:

    • realizzare uno sviluppo umano ed armonico della società basato segnatamente sulla ricerca della piena occupazione, l’eliminazione progressiva degli squilibri esistenti fra le sue regioni, la protezione dell’ambiente ed il miglioramento della qualità di quest’ultimo, il progresso scientifico e culturale dei suoi popoli,
    • assicurare il progresso economico dei suoi popoli nel quadro di un mercato interno libero e nel contesto di una stabilità valutaria, dell’equilibrio eco­nomico esterno e di una costante crescita economica, senza diversità di trattamento dei cittadini e delle imprese dei vari Stati membri, rafforzando la capacità degli Stati, dei loro cittadini e delle loro imprese ad adeguare in modo solidale le loro strutture e attività alle trasformazioni economiche;
    • promuovere nelle relazioni internazionali la sicurezza, la pace, la cooperazione, la distensione, il disarmo e la libera circolazione delle persone e delle idee, nonché il miglioramento delle relazioni commerciali e monetarie internazionali;
    • contribuire allo sviluppo armonioso e giusto di tutti i popoli del mondo per permettere loro di uscire dal sottosviluppo e dalla fame e di esercitare pienamente i propri diritti politici economici e sociali”.

    In ogni caso la formazione di una sovranazionalità è qualcosa che ha a che fare eminentemente con la cultura. È la cultura che fa da guida in questo processo, non la tecnologia né la politica, tant’è che, come abbiamo detto prima, malgrado ci siano tutti i presupposti perché l’unificazione scatti, essa è quasi bloccata proprio dall’assenza di una cultura europea.
    Una cultura, quest’ultima, che io penso come ulteriore avventura dello spirito: Dopo la cultura classica dei Padri prima, la cultura della Madre poi (la madrelingua con le nazionalità) questa europea è la cultura pensata come Figlia, è la cultura dei figli quindi, della fratellanza, de la frateco.

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